Andrea Chiesi è nato a Modena nel 1966.
Da sempre appassionato di disegno, al principio degli anni ottanta entra in contatto con la cosiddetta cultura underground, da lui intesa come occasione per vedere il mondo diversamente da come veniva proposto dalla cultura dominante.
Scopre il gruppo che più degli altri segnerà la sua idea del mondo, i Joy Division, caratterizzati dalla visione cupa e nichilista della vita del loro leader Ian Curtis.
Ma era anche una cultura che si esprimeva con il fumetto e non è un caso se Andrea Chiesi comincia a pubblicare fumetti su fanzine – riviste autoprodotte a bassa tiratura. Incontra i CCCP, gruppo determinante del punk rock  italiano, che Chiesi ritiene fondamentali per la propria crescita umana e artistica.
Nel frattempo riempie di disegni pagine e pagine di taccuini in cui, con l’utilizzo dell’inchiostro, cominciano a definirsi i tratti fondamentali della sua produzione artistica. In particolare viene rappresentata un’umanità dolente, costituita da corpi fluttuanti, quasi fosforescenti creature degli abissi. Proprio da questi taccuini, nel 1998, scaturisce l’evento fondamentale della sua carriera, organizzato insieme al nuovo gruppo di Ferretti, i CSI. Realizza infatti una serie di dipinti di grande formato che espone in una mostra dal titolo “L’Apocalisse di Giovanni”.
Dovendo illustrare una Apocalisse, Chiesi trova naturale ispirarsi ad alcuni temi della tradizione, come la pietà e la deposizione, indice di compassione per le sofferenze dell’umanità. Inoltre, in un testo recitato da Ferretti, si parla a lungo di “fuoco” e di “anime fiammeggianti”. Andrea Chiesi risolve questo tema riferendosi al tema delle anime del Purgatorio.
Il buio di Chiesi non è, perciò, quello infernale e senza speranza di Ian Curtis, ma piuttosto  quello di chi, pur abitandolo, attende una luce, una redenzione, una salvezza.
Dopo questa mostra  Andrea Chiesi sente l’esigenza di cambiare. Innanzitutto il soggetto: non più corpi umani ma paesaggi, soprattutto paesaggi urbani, un soggetto che in realtà già aveva cominciato a trattare nei Taccuini. Ma cambia soprattutto la tecnica: non più disegni veloci ad inchiostro ma veri e propri dipinti a olio su tela. Adesso per lui è fondamentale affrontare il problema della luce: con l’inchiostro la luce è data dal bianco della carta, con l’olio invece scaturisce dai colori.
Lui stesso dice: “potrebbe sembrare una pittura di paesaggio, in realtà io ritraggo corpi, da dentro e da fuori. Nel buio per cercare la luce.”

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