Andrea Zucchi è nato a Milano nel 1964. I suoi punti di riferimento iniziali sono De Chirico e Bacon, anche se il fascino che proviene dai classici è per lui irresistibile. In parallelo conduce una ricerca intellettuale che lo porta ad approfondire i classici del misticismo mondiale.
Frutto di queste prime influenze è la prima mostra. Si tratta di dipinti largamente debitori nei confronti della metafisica e del realismo magico degli anni trenta, dipinti la cui lettura più appropriata sarebbe probabilmente di tipo psicanalitico. In superficie compare una serie di linee che, da una parte forma uno schermo fra lo spettatore e il dipinto, dall’altra sembra unire alcuni punti misteriosi all’interno dell’opera.
Nella serie successiva, le Contaminazioni neoplastiche, è proprio questa idea dello schermo a diventare protagonista.
Con la serie di dipinti successiva, chiamata Combinatoria, Zucchi vuole esprimere il mistero che nasce accostando immagini provenienti da mondi concettuali differenti.
All’interno di uno schema che sembra tratto da un dipinto di Peter Halley, vengono inserite, ad esempio, la maschera di Tutankamon, un paesaggio artico e due tecnici con scafandro antiradiazioni.
Questi quadri non vogliono dimostrare alcun tipo di verità razionale, quanto piuttosto invitarci a trovare le affinità, di forma e di colore, che in qualche modo legano le immagini presentate.
Se vogliamo, il pittore ci propone quelle che Baudelaire chiamava le Correspondences, misteriosi legami esistenti fra suggestioni appartenenti a sfere sensoriali diverse, un fenomeno chiamato sinestesia.
Una svolta importante arriva con il ciclo Spaesamenti.
Si tratta di dipinti in cui non vi è più traccia di elementi aggiunti all’immagine, né linee né forme geometriche.
Le immagini costruite da Zucchi sono plausibili, non vi è un richiamo alla surrealtà.
Ma quello che rende questi quadri memorabili è la loro potenza, dovuta non solo al forte contrasto fra le figure proposte, ma soprattutto ad un uso del colore e a un dominio della composizione che si sono fatti decisamente più consapevoli.
L’ultima serie presentata al pubblico si chiama “Appropriazioni inattuali”.
Queste opere sono trasposizioni di foto del passato.
L’artista però sembra suggerirci, ad un certo punto, di smetterla di analizzare i dipinti, e di lasciarci andare ad una contemplazione dove alla fine ogni cosa trova la giusta collocazione.

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