Emilio Tadini è nato a Milano nel 1927.All’inizio sembra che la sua carriera debba essere solo di tipo letterario, ma è proprio la frequentazione degli intellettuali a Brera a far scattare la passione per la pittura.
Come artista e critico militante si schiera contro i due movimenti dominanti la scena in quel periodo, l’informale – accusato di rinunciare all’uso della ragione in arte a favore di un mero sentimentalismo – e il realismo socialista, con le sue problematiche politiche e sociali.
In Tadini prevale un filone di ricerca che viene dai Cubisti e prosegue nel Surrealismo, considerati come tentativi di dare una nuova visione della realtà basata su presupposti razionali inteso come rappresentazione dell’inconscio attraverso gli strumenti di lettura forniti dalla psicanalisi di Freud.
I suoi esiti iniziali lo vedono aggirarsi nei dintorni di un surrealismo dominato dalla ricerca di Klee, con un chiaro riferimento a Bosch in alcuni lavori come “Saggio sul nazismo”, in cui si riconoscono anche elementi tratti dal Picasso delle tavole dedicate alla guerra civile.
La svolta avviene con la conoscenza del Pop inglese, attraverso il quale perfeziona la sua idea di realizzare quadri che siano parti di un racconto.
Infatti dalla serie Vita di Voltaire in poi i suoi lavori sono riuniti in cicli diversi.
Tadini, nei suoi quadri, propone dei rebus e l’osservatore è invitato a un gioco il cui scopo è di ritrovare delle tracce di significato.
E’ ovvio che non ci si aspetta da parte dell’osservatore una soluzione definitiva del gioco, ma piuttosto la sua complicità.
Le serie di lavori si susseguono nel corso del tempo e portano a Tadini un grande prestigio; gli inviti alla Biennale di Venezia nel 1978 e nel 1982 sono il coronamento di una carriera che, ad un certo punto, conosce un punto di svolta.
Dopo quasi due decenni in cui il quadro si componeva in modo cerebrale, quasi asettico, Tadini sente la necessità di valorizzare di più l’aspetto pittorico, di dare cioè più importanza alla forza del colore.
Con lui si chiude un terzetto milanese di pittori che hanno tratto il tema della città, insieme al Boccioni della Città che sale, piena di fermento e di energia, e a Sironi, le cui periferie urbane si impongono per la loro assenza di umanità.
Come Tadini stesso dice nelle sue città il tempo è come intrappolato.
La sensazione è di avere a che fare con una città non più concepita per la convivenza delle persone, ma quasi immobilizzata nei millenni dopo un movimento tellurico che ha spostato le case e le ha trasformate in cristalli di quarzo colorati.
Rarissimi sono i segni del passaggio dell’uomo, ridotto a sagoma, o indicato da alcune lettere dell’alfabeto, tracce di una presenza non più comunicabile.
Il silenzio domina su tutto, se non fosse per la presenza vivace e a tratti squillante del colore, quasi a dire che nell’arte, nella pittura,
nel segno di una pennellata su una tela è sempre possibile rintracciare una presenza che dà significato a tutto l’universo.

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