Pittore, nato nel 1956 a Parma, città dove tuttora vive e lavora.
In lui la propensione verso il disegno è innata e, dopo la laurea in giurisprudenza si dedica totalmente alla pittura, dominata soprattutto dalla voglia  di arricchire la propria tecnica pittorica, di carpire i segreti degli antichi. Fra tutti, l’incontro determinante è con Van Dyck. Attraverso di lui scopre che la pittura può diventare lo strumento per raccontare sulla tela un mondo, una cultura, un secolo interi.
La sua specialità diventa il ritratto, un’attività che gli spalanca le porte dell’alta società. Il successo è tale che Federico Zeri arriva, nel 1991, a definirlo il miglior ritrattista d’Europa.
Ma lui sente che su questa via non può andare lontano. Per fare dei suoi quadri la voce di una società, gli strumenti di cui dispone non sono più adatti.
Le suggestioni a cui vorrebbe dare voce, all’alba del nuovo millennio sono le inquietudini, il disorientamento culturale, la sensazione di essere testimone della fine di una civiltà presenti – ad esempio – nei film di Quentin Tarantino e di Federico Fellini e nei romanzi di Philip Roth.
Grazie al lungo tirocinio a contatto con la pittura antica ora può affrontare la tela con la sicurezza necessaria, perché stavolta si tratta di rappresentare una prospettiva distorta, come quella di una sfera riflettente, che gli permette di inserire nel quadro tante cose, una storia intera.
Di solito Robusti racconta il ribaltamento dei valori provocato dalla società dei consumi, una civiltà sconvolgente,  in cui da una parte ogni persona ha la pretesa di determinare in modo autonomo il proprio destino, ma dove, dall’altra, anche il più naturale degli eventi – come la maternità – diventa un dramma in grado di trascinare l’intero universo in un vortice senza senso.


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