Gillo Dorfles è nato a Trieste nel 1910.
La madre si diletta di pittura, il padre è un ingegnere navale.
Dopo una parentesi a Genova, Dorfles ritorna a Trieste dove frequenta il vivace ambiente culturale – Italo Svevo, Umberto Saba, Leonor Fini, Bobi Bazlen e dove, giovanissimo, comincia la sua attività di critico d’arte.
Prende anche lezioni di pittura, ma, al momento, pensa di dedicarsi alla medicina, con indirizzo psichiatrico, tant’è che – nel 1928 – si trasferisce a Milano.
Nel frattempo riempie pagine di disegni che esprimono la sua istintiva creatività. Per arricchire le sue conoscenze, nel 1934, si reca al Goetheanum di Dornach, in Svizzera, dove frequenta i corsi della Società Antroposofica.
L’antroposofia di Rudolf Steiner sostiene che esista un mondo spirituale parallelo a quello reale, a cui è possibile accedere mediante studi adeguati.
In realtà Steiner prendeva le mosse da alcune idee già sviluppate da Goethe, il quale teorizzava l’esistenza di una matrice comune a tutte le forme viventi sulla terra.
Inoltre – sempre Steiner – fu in contatto con la teosofia di Mme Blavatski, una disciplina fondamentale per alcuni esiti dell’arte moderna, ispirando artisti come Mondrian e Kandinskij, che non a caso cercavano nei loro dipinti una sintesi, una astrazione della realtà.
Nei primi – fondamentali – esiti di Gillo Dorfles emergono alcune di queste influenze.
Nel “Paesaggio con volto umano” del 1934 due occhi rivelano una presenza inquietante che si confonde con il paesaggio, come a segnalare una realtà nascosta ma che condiziona la nostra vita con la sua presenza.
Di sicura derivazione steineriana è il dipinto la “Croce lunare” del 1935, tratta dagli affreschi del Goetheanum.
Altri dipinti di quegli anni ricordano le figure indefinite di Tanguy, o, risalendo nel tempo, l’“Isola dei morti” di Arnold Boecklin.
La frequentazione degli ammalati psichiatrici lo porta inoltre a realizzare immagini che si relazionano alle loro fantasie sconvolte, in questo non distanziandosi troppo dalle ricerche che Dubuffet avrebbe teorizzato solo qualche anno dopo con il celebre termine “art brut”.
Abbandonati gli studi di medicina, comincia la carriera di critico d’arte e professore di estetica che lo tiene costantemente in contatto con i protagonisti della cultura mondiale, diventando una delle figure di riferimento della ricerca estetica internazionale.
Di questo periodo sono anche alcune sculture in terracotta policroma, che verranno riprese e sviluppate in scala più grande qualche decennio dopo.
Gli anni quaranta lo vedono confrontarsi con artisti come Klee, ma soprattutto con il Kandinskij delle presenze unicellulari, microscopiche, rielaborate in forme curve e fluenti.
Nella sua composizione diventa fondamentale, come punto di partenza, il ghirigoro, un linea continua fatta a penna o a matita, una sorta di filo che tiene collegato il mondo dell’inconscio con la coscienza vigile, realtà di cui parla Dorfles nel suo “Elogio della disarmonia”, pubblicato nel 1986.
“Deve essere possibile ammettere la presenza di un pensiero che si impadronisca dei dati esperienziali e delle nostre percezioni più germinali anche in assenza di una loro compiuta concettualizzazione.”
In un’altra dichiarazione dice: “Ho sempre cercato di realizzare delle opere nelle quali affiorasse qualcosa di spontaneo, se vogliamo anche di automatico.”
A seguito di queste riflessioni, nel 1948, insieme a Monnet, Soldati e Munari da vita al MAC, Movimento arte concreta, che intendeva relazionarsi con esperienze analoghe in ambito europeo.
Secondo la sua definizione, Gillo Dorfles, per Arte concreta, intendeva “una Corrente che andasse alla ricerca di forme pure, primordiali da porre alla base del dipinto senza che la loro possibile analogia con alcunché di naturalistico avesse la minima importanza”.
Un’opera d’arte quindi creata solo a partire dalle esigenze interne della composizione.
L’esperienza del MAC si esaurisce nel giro di pochi anni, e Dorfles, impegnato nell’insegnamento universitario, oltre che nella scrittura di testi fondamentali per l’Estetica del Novecento, in cui analizza aspetti della moda, del design, dell’architettura, abbandona l’attività pittorica.
Attività che riprende come bisogno impellente negli anni ottanta, proprio in concomitanza con un rinnovato interesse del mondo dell’arte per la pittura.
Nei nuovi dipinti riprende forza la tematica di una presenza nascosta e inquietante.
Fra i tanti dipinti segnaliamo in particolare “Vitriol”, la cui enorme bocca spalancata ricorda l’orco di Bomarzo, e il cui motto, appartenente al mondo dell’alchimia, invita a un processo di purificazione morale e intellettuale.
L’opera pittorica di Gillo Dorfles consegna al nostro tempo l’eco di un mondo che consideriamo trascorso, ma che, al contrario, influenza ancora le ansie, le insicurezze, i modi e i costumi del nostro.

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