Lorenzo Piemonti è nato nel 1935 a Carate Brianza, poco distante da Monza. Vive e lavora ancora nella sua casa di origine, una classica casa di ringhiera lombarda, luogo dove si svolgevano tutti i rituali della vita quotidiana. In particolare Piemonti era affascinato dal lavoro della madre alla macchina per cucire. Dopo gli anni di apprendistato, sono proprio le macchine per cucire a diventare il primo soggetto della sua opera pittorica, in cui si riversano accenti prossimi al realismo esistenziale in voga in quegli anni. Il cambiamento avviene in seguito ad un soggiorno decennale in Svizzera, dove conosce l’opera di Max Bill e di altri rappresentanti del costruttivismo svizzero come Richard Lhose, Camille Graeser – i quali perseguivano l’idea di unire arte e produzione industriale. Ovviamente lo stile di Piemonti subisce una svolta radicale. Innanzitutto, fra i numerosi progetti a cui collabora, realizza una serie di modelli per esposizioni di moda, che è delitto chiamare manichini, e che vengono utilizzati da case di alta moda come Yves Saint-Laurent, Balenciaga e Armani. Nella produzione artistica, invece, si assiste ad un abbandono definitivo della figura, per passare ad una astrazione di tipo razionalistico. Le opere di Piemonti, da quel momento, sono progettate sulla base di tre elementi: il colore, il rilievo e il rapporto matematico fra le varie componenti presenti nell’opera stessa, opere che, a partire dal 1985, prendono il nome di Cromoplastici, perlopiù basati su una scansione tripartita dello spazio. Questo tipo di ricerca lo avvicina alle esperienze internazionali che si muovono nello stesso ambito. In particolare, nel 1990 decide di farsi promotore in Italia del MADI’ un movimento nato in Argentina nel 1946, e che ha fra i suoi fondatori Gyula Kosice e Carmelo Arden Quin. Il MADI’, nome derivato dalla contrazione di Materialismo Dialettico, teorizza e realizza opere che sono in perfetta sintonia con quanto Piemonti aveva fatto fino ad allora. La sua opera infatti si svolge in un ambito perfettamente logico, salvo prendersi a volte delle licenze quasi a ricordarci che l’arte, e perciò la stessa vita, vivono di razionalità ma anche di spazi preziosi riservati alla fantasia.


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