Omar Galliani è nato a Montecchio Emilia nel 1954.
Sull’esempio del nonno, abilissimo nel lavoro manuale, per lui l’arte è fin da subito legata alla capacità dell’uomo di interagire con la natura.
Lo stesso nonno lo porta poi ad ammirare i manieristi, il Correggio soprattutto, che lo conquista per la dolcezza della sua pittura.
Una volta entrato all’accademia di Bologna, tramite Concetto Pozzati, entra a contatto con i protagonisti dell’arte del tempo.
La prima personale è a Bologna nel 1977, presso la galleria G7 di Ginevra Grigolo.
Omar Galliani espone grandi fogli su cui ha disegnato particolari tratti da dipinti famosi dell’antichità, a volte accompagnati da elementi diversi, come pezzi di vetro o foglie d’oro.
In realtà la galleria G7 già proponeva un artista – Giulio Paolini – che aveva scelto come campo di indagine il rapporto con l’antichità, rimanendo però in un ambito rigorosamente concettuale.
Ciò che è nuovo, per i tempi, è il disegno, o meglio ancora, la particolare abilità tecnica di Omar Galliani.
Il rapporto con Flavio Caroli porta alla nascita, insieme ad altri artisti, del gruppo Magico Primario, che cerca di superare l’aridità dell’arte concettuale per giungere “alla possibilità di una nuova Bellezza e di una nuova Seduzione”, “alla ricerca di entità archetipiche annidate da sempre nel cuore dell’uomo”.
Quasi contemporaneamente lo storico dell’arte Maurizio Calvesi propone, alla Biennale di Venezia del 1984, il movimento degli “Anacronisti”, pittori che dialogano con i modelli del passato.
In pratica si tratta di rispondere al concettualismo dominante con un forte richiamo alla specificità culturale italiana che ha, nella pittura, più che nella pura speculazione filosofica, uno strumento particolarmente congeniale per esprimere la sua indole.
E’ Leonardo da Vinci ad attribuire una sorta di primato riservato alla pittura in quanto “sola imitatrice di tutte l’opere evidenti di natura”,
anche se, in realtà, esprime un’idea corrente nell’ambiente neoplatonico di Firenze dominato dal filosofo Marsilio Ficino.
Secondo questa idea l’uomo, nell’attività artistica, non fa altro che applicare i principi universali che Dio ha usato per creare la natura.
Nell’atto creativo, in un certo senso, l’artista diventa un vero e proprio dio che collabora alla creazione divina arricchendone la bellezza.
Da qui la centralità del disegno, attività comune non solo alle arti ma anche, sul modello di Leonardo, a ogni disciplina che cerchi di spiegare la realtà.
Omar Galliani, negli anni Ottanta, propone una serie di dipinti in cui si presenta un deciso ricorso ad immagini mitologiche.
Protagonisti di questi quadri possono però diventare gli stessi colori, il rosso cadmio, ad esempio, o il rame.
Alla fine del decennio però decide di abbracciare l’idea rinascimentale della centralità del disegno, limitandosi d’ora in poi a questa sola tecnica.
In particolare predilige lavorare su tavole di legno levigate, a volte volutamente segnate dalla carta vetrata, quasi per avere un rapporto con una superficie vissuta; inoltre avverte come una sorta di fascinazione alchemica per il fatto di lavorare con la grafite, un materiale che proviene dalla terra.
Le figure su cui ora lavora Galliani sono spesso tratte da riviste, ossia da un mezzo destinato ad una fruizione immediata, destinato poi ad una rapida distruzione.
Attraverso il suo disegno, però, queste stesse immagini sembrano essersi trasferite su un livello superiore, quasi spirituale.
La bellezza banalizzata dalla società dei consumi viene come ricollocata dall’artista al suo legittimo posto, una sorta di Iperuranio affascinante e incorruttibile.
Rielaborando il mito di Narciso Galliani ripropone nei suoi “Disegni siamesi” la stessa idea di una bellezza in cerca del proprio corrispettivo.
E così come Leonardo indagava il corpo umano per scoprirne il funzionamento, sempre attraverso il disegno, Galliani scopre “Nuove anatomie”, una sorta di tatuaggi o di ricami come disegnati sotto la pelle.
Inoltre vediamo riprodotti teschi, casse toraciche, spine dorsali o persino denti, non visti come un memento mori, una riflessione sulla caducità del mondo, ma piuttosto come esempi di forme perfette e immutabili.
E ancora, siccome la nostra società ha come distrutto il senso del sacro e ha quasi dimenticato i vecchi santi, Galliani ritrae personaggi dei rotocalchi, “Nuovi santi” che la società contemporanea propone alla devozione delle masse.
Infine, alla ricerca di nuovi modi per esprimere la bellezza, Galliani non è esente dal fascino esercitato dall’Oriente, ambito dove, soprattutto in Cina, il suo lavoro viene particolarmente apprezzato.
Il lavoro di Omar Galliani, obbedendo alla sua vocazione e innestandosi su una propensione tutta italiana per le immagini, è quindi quello di rivelare al mondo la bellezza ovunque si manifesti.

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