Tino Stefanoni è nato nel 1937 a Lecco.
In famiglia è il padre Guido, titolare della omonima casa editrice, appassionato di Dante e di clarinetto, a portare una ventata di creatività che coinvolge i figli.
A dieci anni il piccolo Tino raccoglie i suoi disegni e li cataloga. Farà il pittore!
Frequenta il Liceo artistico Beato Angelico, a Milano, per poi iscriversi ad Architettura.
La sua conoscenza dei protagonisti dell’arte del tempo lo spinge a coinvolgere il fratello Dante ad aprire una galleria d’arte, che inaugura nel 1964 con una esposizione di opere di Lucio Fontana.
Nel frattempo matura il suo stile.
In occasione della sua prima personale presso la galleria Apollinaire di Milano, nel 1968, dimostra di aver fatto proprie alcune istanze della ricerca più avanzata di quegli anni.
Coinvolto nelle teorizzazioni sulla Mec-Art di Pierre Restany, che gli firma il testo di presentazione, progetta una installazione di tondi di plastica, disposti in modo da comporre tre grandi alberi.
Compaiono cioè alcuni elementi che saranno poi ricorrenti del suo metodo.
Innanzitutto la ripetizione di uno stesso elemento base con piccole variazioni, in questo caso una sorta di gioco sull’idea di paesaggio.
Poi una riflessione sul senso dell’opera d’arte come puro segno.
L’opera di Tino Stefanoni si basa proprio su questo presupposto.
Ad esempio la serie “Segnaletica” è concepita a partire da segnali stradali fatti realizzare da una azienda specializzata, con indicazioni che ci avvisano però di eventi misteriosi.
Nella serie “Tavole” gli oggetti sono impaginati come progetti di un disegnatore meccanico, applicati però a oggetti della quotidianità; ciò che li fa diventare opere d’arte è la tela grezza di lino, il quadro – quindi il contesto – su cui sono eseguiti.
Altre serie, realizzate con una minuzia esemplare, ci ricordano le incisioni dei libri tecnici di un tempo.
Caratteristico di Tino Stefanoni è infatti un approccio razionale alla creazione artistica; con un metodo compositivo che ricorda quello di Paul Valéry, il famoso poeta francese, non si affida in nulla alla cosiddetta ispirazione, ma calcola con precisione l’effetto poetico che vuole raggiungere.
Il suo passaggio al quadro dipinto, negli anni Ottanta, è una ideale prosecuzione della strada tracciata da Carlo Carrà.
Il paesaggio di Carrà però conservava ancora una traccia di realismo che nella pittura di Stefanoni scompare definitivamente.
E se la pittura vuol dire espressione psicologica o esibito virtuosismo, la sua, come ebbe a dire il critico Emilio Villa, non è pittura.
In fondo il senso delle sue “Sinopie” è proprio questo.
La sinopia è il disegno tracciato sul muro in vista dell’esecuzione di un affresco e presuppone l’esistenza di un dipinto da realizzare.
La sinopia rappresenta, quindi, l’assenza di un dipinto.

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