Fernando de Filippi è nato a Lecce nel 1940.
Già a 11 anni frequenta l’Istituto d’Arte, che adotta a quel tempo un tipo di formazione ispirata alla bottega rinascimentale.
A vent’anni parte per Parigi, per poi spostarsi a Milano dove frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Dopo le prime prove che guardano alla lezione informale dominante, si rende conto che la pittura ha un nuovo compito.
Deve cioè porsi come obbiettivo una figurazione che sostituisca alla realtà un modello desunto dalla quotidianità degli avvenimenti, ricavato dai mezzi di comunicazione di massa.
Si tratta perciò di costruire un’immagine che, superando il concetto della visione unica, moltiplichi i punti di vista, suggerendo un percorso da leggere, più che da guardare, secondo una tecnica proveniente dal mondo pop, da Rauschenberg in particolare. Nel dipinto “Sull’asse della memoria” del 1969 in successione vengono riprodotte: una scena proveniente dai cortei del maggio francese, una scritta in caratteri cirillici, una sequenza di palme, un’immagine celebrativa di Lenin.
Ma da artista la sua ricerca si fa quasi subito indagine personale, rivoluzione privata; identificandosi con i cliché del guerrigliero eroe, sull’esempio di Che Guevara, lui stesso diventa un combattente che, inevitabilmente, finisce per soccombere, eroe che si sacrifica per la causa comune.
Questo processo di identificazione con l’eroe diventa dominante con i cicli successivi.
Per due anni de Filippi raccoglie ogni genere di notizia riguardante il grande rivoluzionario Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio conosciuto come Lenin.
All’inizio lo ritrae come icona Pop, nella sua veste di agitatore sociale, riprendendolo dalle fotografie dei suoi affollati comizi.
Poi lo illustra nei suoi momenti di quiete.
Lenin diventa una presenza intima, familiare; non solo un modello ideale da cui prendere ispirazione, ma icona privata a cui sacrificare la propria identità, tanto che questa serie di dipinti prende il nome di “Autobiografia”.
Inoltre De Filippi si esercita a lungo per imparare a scrivere come lui; riproduce su tela le sue lettere, con un atteggiamento religioso, persino mistico, per cui le parole non valgono più come strumento di comunicazione, ma come reliquia di un’esperienza culturale.
Addirittura, in una performance chiamata “Sostituzione”, con l’aiuto di un truccatore, si trasforma nello stesso Lenin.
L’ideologia, da teoria politica che propone una strategia per migliorare la condizione di vita delle persone, si trasforma in una vera e propria fede in cui identificarsi.
Contemporaneamente, prendendo spunto dalla pubblicità, affigge sui muri delle città alcune citazioni tratte dai testi sull’arte di Marx ed Engels.
Però gli sforzi dell’artista per comunicare si scontrano con il vissuto dei singoli; quegli stessi slogan, al di fuori del loro contesto, diventano incomprensibili per la grande massa delle persone.
Questa consapevolezza lo porta ad una fase successiva, testimoniata da una sequenza fotografica.
Protagoniste sono le parole del Capitale di Marx, questa volta modellate con la sabbia umida della battigia, e poi subito cancellate dalle onde del mare.
Tutto finisce nel nulla; la grande illusione collettiva stava svanendo.
Tuttavia è proprio il rapporto con il mare che gli propone un altro scenario possibile, in particolare il Mediterraneo, la culla della civiltà, luogo d’origine dei miti greci.
Il mare e il mito si fondono in opere come i “Miraggi”, dove le parole galleggiano sull’acqua.
Poi i “Miraggi” assumono forme architettoniche, diventano timpani, lunette, colonne, per diventare un tempio.
Da segnalare, in particolare, l’opera “Quando mi dipartì da Circe”: diversi templi, sono inseriti l’uno nell’altro a dare l’idea di un progressivo allontanamento, nel tempo e nello spazio.
Le architetture classiche diventano luoghi dove rivivono figure mitiche.
Ritornano gli alberi: ma mentre all’inizio evocavano Cuba e la sua rivoluzione, ora sono simbolo dell’unione fra la profondità della terra e lo spazio sconfinato del cielo.
L’albero viene dipinto con colori innaturali, come intinto in una luce abbacinante e stagliato contro un fondo che, a volte, prende la forma stessa di un tempio.
Un posto particolare viene riservato all’ulivo a cui, nel comune di Martano, de Filippi ha dedicato un vero e proprio tempio in pietra.
L’albero è una sorta di “immagine del mondo”; con le sue radici, il suo tronco e i suoi rami, mette in relazione l’intero spazio cosmico: cielo, terra e il sottosuolo.
Nelle sue chiome perciò sono ospitate figure mitologiche, in una serie che, non a caso, intitola ancora Autobiografia.
E così, partito dalle illusioni dell’azione politica, in cui l’eroe era colui avrebbe cambiato il mondo con l’ideologia, De Filippi si rende conto che l’unica cosa capace di dare consolazione all’uomo del ventunesimo secolo è la contemplazione delle proprie radici.

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