I Floating Piers di Christo: l’arte come esperienza

 

Sono stato a vedere l’opera The Floating Piers (Il pontile galleggiante) dell’artista bulgaro Christo, e ho raccolto alcune impressioni che volevo condividere.

Il fatto è che questo lavoro, di fronte ad un inimmaginabile successo di pubblico, ha raccolto anche svariate critiche alle quali, proprio durante la mia passeggiata, ho elaborato una serie di risposte.

 

(lastampa.it)

Cominciamo con qualche considerazione di carattere metodologico: nella mia vicenda culturale ho fatto mie alcune (poche) frasi che ho elevato a comandamenti, al fine di orientare al meglio le mie opinioni.

Una di queste appartiene a una canzone di Rino Gaetano e dice così: “Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo”.

E sì, perché la questione fondamentale da porre a tanta gente che ha criticato quest’opera è proprio questa: ma tu ci sei andato? L’hai vista dal vero? Hai provato le sensazioni che la gente dice di provare? No? E allora perché ne parli?

Anche perché, nel caso delle Floating Piers, non stiamo parlando di arte visiva, per cui, magari, bene o male, ad esempio, riusciamo a parlare di un dipinto anche solo vedendolo in riproduzione.

No. Quest’opera è stata progettata per produrre un’esperienza. E come si fa a giudicare se quest’esperienza non si è fatta?

E con questo sarebbe chiusa con tutti coloro che l’opera di Christo non l’hanno esperita in prima persona.

La seconda frase è la celeberrima introduzione del libro “Arte” di Dino Formaggio:

“L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”.

Dopo Duchamp e tutto l’imperversare dell’arte concettuale, trovo perlomeno singolare che ci sia ancora chi si prende la briga, con un bisturi post-crociano, di separare arte da non-arte.

Al massimo si può dire se è un’opera riuscita o non riuscita, se è un’opera efficace o meno, bella o brutta. Ma non se si tratta di arte oppure no. Basta qualcuno che alzi il ditino per dire che la cacca del suo cagnolino è arte, per metterci tutti nell’angolo: non abbiamo più nessun criterio oggettivo da opporre.

La lezione dell’estetica moderna è che per decidere se un’opera è riuscita oppure no, se è efficace oppure no, se è bella oppure no, attualmente non si può più fare ricorso a criteri universali, che non esistono più (non posso giudicare un quadro di Picasso o di Pollock con i criteri dell’arte neoclassica), ma con quelli che lo stesso artista ha deciso di darsi.

L’emozione

In altre parole dobbiamo cercare di capire qual era lo scopo di Christo nel realizzare quest’opera e se, rispetto a questo scopo, è riuscito nell’impresa oppure no.

Devo essere sincero, non ho letto nessuna dichiarazione ufficiale dell’artista, ma avendone – per il mestiere che faccio – una certa conoscenza mi sento di dire che Christo abbia messo in piedi tutto questo bendiddio con lo scopo di darsi e di dare a tutti i fortunati visitatori un’emozione.

Premetto subito che il mio sentimento dominante è di immensa gratitudine nei confronti di questo straordinario artista, e che considero perciò l’opera completamente riuscita nel suo intento.

Per farmi meglio capire cercherò di confrontare il lavoro di Christo con “Doubt”, l’orrenda mostra di Carlsten Holler alla Bicocca.

Anche quest’ultimo si proponeva di provocarci un’emozione, e dal titolo avrebbe voluto insegnarci che a volte le stesse cose possono essere viste da un punto di vista differente da quello della nostra esperienza quotidiana. Il risultato è l’esposizione di una misera versione di un misero Luna park, dove il massimo dell’esperienza era di salire su una giostra a catene (popolarmente il “calcinculo”) per indossare una maschera che ci fa vedere le cose capovolte; oppure passare in un tunnel completamente al buio, e poi in un altro con luci violentissime, o in una similstanza degli specchi e così via; alla fine lo spettatore esce con un senso di nausea persistente, conscio del fatto che, se quella roba lì non si trovasse all’Hangar Bicocca, si potrebbe solo definire una porcheria.

Invece Christo ci offre veramente un’emozione nuova, ci fa vedere veramente le stesse cose da un’angolatura diversa. Ci fa andare in mezzo al lago, dove al massimo di solito si passa con la barca, per mostrarci un panorama completamente nuovo del lago d’Iseo.

Ciò è stato possibile grazie a una struttura stabile, gradevole e – magia – fluttuante. L’ ondulamento è controllato e non è per nulla fastidioso: chiudi gli occhi e ti lasci cullare (come diceva la canzone) in una dimensione di armonia e di pace. Cammini e in un certo senso hai davvero l’impressione di camminare sull’acqua. Cammini su una passerella arancione che fa da meraviglioso complementare al blu dell’acqua, per cui ti sembra di passeggiare in un immenso quadro dove la tavola è lo specchio dell’acqua. Questa è un’opera che è arrivata alla gente, che non si pone minimamente il problema se sia arte o meno, sa solo che è bello starci (“uh guarda! La passerella ondeggia!”), e che avrà un meraviglioso ricordo per tutta la vita.

Ho come l’impressione che molti critici che criticano quest’opera abbiano il dente avvelenato perché in questa operazione, loro, non hanno nulla da fare. Non possono, con sguardo accondiscendente verso il neofita, spiegare perché un orinatoio sta in un museo o un taglio in una tela essere considerato un’opera d’arte. Non hanno nulla da fare perché l’opera di Christo si spiega benissimo da sola. La gente ci va e ne gode. Punto.

Un parco divertimenti o un atto di amore?

Alcuni la considerano alla stregua di un parco dei divertimenti, tipo Mirabilandia o Disneyworld. Risposta: e allora? A prescindere dal fatto che sarò eternamente grato a quei posti che, avendo tre figli, ho frequentato a suo tempo divertendomi un mondo; ma qui ho il sospetto che vi sia una sorta di stizzito rancore radical-chic.

Perché il radical-chic odia la gente. Parla di popolo, ma quando ne parla intende la massa, gente che non capisce quello che ha capito lui. Perché lui esiste solo per poter parlare male della gente, non illuminata, non istruita a sufficienza. Dice che desidererebbe una società istruita, e se ne rammarica, ma è tranquillo perché solo così può porre una distanza fra sé, che sa, e gli altri, che ancora non sanno.

E quindi, dal suo punto di vista, non può esistere una situazione d’arte contemporanea gradevole e comprensibile a tutti. Se è gradevole e comprensibile, allora non è arte, è una baracconata, è Mirabilandia; bisogna ristabilire subito le distanze… io non ci vado, non mi confondo con la massa.

E invece bisogna andarci a vedere quell’opera, proprio per vedere la gente, che è la vera protagonista di quell’opera. Passeggiando è come stare sulla battigia di una spiaggia adriatica al mattino, dove si vede la gente passeggiare in controluce sull’acqua scintillante; e la gente è quella che è, infante, giovane o vecchia, maschia o femmina, povera o ricca, sana o malata (ci si può andare anche in carrozzina o col deambulatore).

Ma la gente bisogna amarla, per starci bene insieme, altrimenti si ha a che fare con una fastidiosa e vociante massa anonima e informe. Ecco, ho avuto l’impressione che Christo abbia fatto questa cosa per un gratuito, inspiegabile, sovrabbondante, esagerato atto di amore nei confronti dell’umanità.

L’originalità

Un’altra critica che alcuni amici fanno a quest’opera è che in realtà non sarebbe un’idea originale in quanto esistono già nel mondo ponti di barche, passerelle più o meno precarie e così via.

Questa obiezione è legata ad un’altra stortura della lettura dei fatti d’arte contemporanei, ossia che ogni volta l’artista debba pensare a qualcosa di assolutamente nuovo per essere considerato veramente tale.

Per verificare l’assurdità di questa idea basta pensare a quanta storia dell’arte è possibile raccontare basandosi solo sulla “Madonna col bambino”. Ora, se il problema fosse l’originalità, non si sarebbe più potuto replicare questo soggetto dopo il primo artista che lo ha realizzato. Eppure non ci vuole molto a capire che un abisso separa, non in qualità, ma in stile, una madonna di Giotto da una del Gianbellino a una di Raffaello e così via.

Nello stesso modo non dovrebbe sfuggire ai miei cari amici l’enorme differenza in termini di progettualità, finalità, tecnica, fruibilità dell’opera di Christo rispetto a qualsiasi cosa mai realizzata prima. Inoltre, se questa cosa fosse nei prossimi anni installata in qualche altro sito nel mondo, sarebbe altrettanto valida, visto che cambierebbe anche il paesaggio di riferimento, perché l’opera d’arte è sempre produttrice di un’esperienza personale legata al qui e oraPosso vedere in immagine un ponte di barche, ma se non ci salgo, non saprò mai che cosa si prova.

Tra presente e passato

Veniamo a Vittorio Sgarbi che si lamenta perché, secondo lui,  si è persa l’occasione per mostrare al mondo le grandi bellezze storiche del lago d’Iseo. Ora, questo non è vero, visto che la passerella collega la terraferma con Montisola, e se uno vuole può anche visitare gli altri posti del luogo; personalmente ho visitato la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, che è spettacolare. Avrei voluto inoltrarmi fino al Santuario della Madonna della Ceriola, ma ero davvero sfinito, ma l’ho messo in programma per un’altra data.

Il difetto di Vittorio Sgarbi ha un nome preciso, e si chiama benaltrismo.

Non avendo visto l’opera, non è nemmeno in possesso degli elementi indispensabili per formulare un parere; ma dovendone parlare, perché richiesto, è ricorso alla sua specifica conoscenza (ammirabile peraltro) parlando della storia dei luoghi, lamentando il fatto che non si conoscono e che non sono sufficientemente valorizzati.

Tutto vero, per carità. Ma così facendo si trasmette l’idea che l’arte sia solo una cosa del passato e che non si dà, all’uomo contemporaneo, altra possibilità che la contemplazione del già fatto. Insomma, non avendo argomenti, non ha trovato di meglio che dire: “Ben altre sono le cose da vedere…”, oppure “Si sarebbe potuto…” Egregio professore, io la ammiro, ma qui si tratta di parlare di un’opera nel suo specifico, non in opposizione ad altro. Onestà avrebbe voluto da lei una sospensione del giudizio, così come farebbe di fronte all’accertamento dell’autenticità di un dipinto del Seicento: sono sicuro che si esprimerebbe solo dopo averlo attentamente visionato…

 

(ilgiorno.it)

I finanziamenti del progetto

Ultima critica: dietro ci sono i Beretta, che fabbricano armi eccetera eccetera…

Risposta: a prescindere dal fatto che Christo è famoso per autofinanziarsi i suoi progetti con la vendita dei suoi disegni, se dovessimo ammirare solo le opere costruite con soldi puliti fino in fondo, allora ho l’impressione che ci resterebbe ben poco. A cominciare dalla cappella di Giotto a Padova, chiamata degli Scrovegni perché finanziata dalla omonima famiglia al fine di scontare (almeno in parte) i propri peccati, fra cui quello ignobile dell’usura.

L’arte ha – potenzialmente – anche questo di buono: di trasformare un guadagno illecito in qualcosa di fondamentale per l’umanità.

 

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