Maurizio Paccagnella è nato a Noale nel 1961.
Fin da piccolo non ha alcuna difficoltà a disegnare, abilità che gli permette di entrare assai presto in uno studio di grafica pubblicitaria. E’ lì che incontra la tecnica dell’iperrealismo applicata alla pubblicità.
Infatti, gli anni ottanta hanno visto il fiorire di artisti dalle straordinarie capacità in grado di realizzare immagini precise fino al più piccolo dettaglio che servivano ad illustrare grandi campagne informative.
In Italia, il numero uno era sicuramente Guerrino Boatto.
Maurizio Paccagnella ha la fortuna di incontrarlo e, piano piano, di apprendere i segreti di questa tecnica.
Passano solo pochissimi anni e lo stesso Boatto rimane sorpreso dai progressi del giovane artista, tanto da proporlo alla stessa agenzia presso la quale lavora, la prestigiosa Hillary Bradford.
Da quel momento Maurizio Paccagnella conosce un grande e, apparentemente, inarrestabile successo.
Illustra celebri campagne pubblicitarie per marchi come Luxottica, Swatch…
Viene anche segnalato su cataloghi specializzati a livello internazionale e riceve premi di settore.
Tutto questo mondo ricco e rigoglioso, che ha permesso la crescita di straordinarie professionalità, però, entra in crisi profonda – a partire dalla metà degli anni novanta – con l’avvento delle tecniche computerizzate di manipolazione delle immagini.
Ora, permettetemi una piccola considerazione, sarebbe il caso di valorizzare adeguatamente questi artisti anche a livello critico.
Ma durante questo tempo, Paccagnella non ha mai smesso di dipingere, conducendo una sperimentazione volta ad approfondire la conoscenza delle varie tecniche.
Inoltre, acquisisce anche una certa esperienza con le videoproduzioni: è in questa occasione che conosce i signori Beggio, titolari della celebre azienda di moto “Aprilia”.
Per loro realizza diversi quadri e decora 10 scooters.
Si dedica con passione anche all’insegnamento.
Nel frattempo perfeziona lo stile del suo nuovo ciclo di pittura, e questa volta si tratta di una decisa inversione di tendenza.
Mentre per la pittura iperrealista era fondamentale la ricerca del dettaglio, il luccichio delle superfici, il colore sgargiante, adesso procede al contrario: sono immagini di luoghi disabitati, o paesaggi lacustri, che inducono alla riflessione e alla malinconia.
I colori tendono a spegnersi, i contorni a sfocarsi.
E’ come se, lasciato il mondo della pubblicità, Maurizio Paccagnella avesse la necessità di ritrarsi in un ambito più intimo e protetto.
E’ come se in questo momento avesse bisogno di allontanarsi dalla realtà, che arriva nel suo studio quasi attutita, impalpabile.
E’ come se il mondo stesse perdendo le sue identità precise, per fondersi tutto insieme.
Indubbiamente, le implicazioni di tipo esistenziale sono forti, così come le considerazioni, inevitabili, sullo scorrere del tempo, che tutto smussa e rende, nel ricordo, più accettabile.
Da questa esperienza, però, nasce anche la necessità di reagire.
L’ultima svolta avviene proprio studiando le proprietà del colore, inteso anche nelle sue caratteristiche fisiche, che diventa il soggetto delle sue tele.
Infatti, se l’acrilico dell’aerografo permette tempi di asciugatura molto rapidi e quindi anche una certa velocità di esecuzione, con i colori a olio, avendo tempi di asciugatura assai più lunghi, Paccagnella impara ad avere un atteggiamento più calmo e riflessivo; impara a pensare.
Stendendo uno strato di colore sopra l’altro ha un’intuizione: se cancella lo strato superiore, riesce a percepire quello sottostante in maniera diversa, come più ricca e vissuta. In un certo senso è come se, affascinato dalle trasformazioni che il tempo provoca, riproducesse sulla tela il suo incessante lavorio.
Decide di moltiplicare gli strati di colore e di procedere ad una instancabile attività di pittura e di cancellatura.
L’effetto finale è di grande fascino: il quadro diventa il simulacro della propria esistenza.
Insomma, è come se l’artista sentisse la necessità di scandagliare il suo animo, cercando di portare alla luce, da un lato gli strati più profondi del suo inconscio e dall’altra la varietà delle sue esperienze vissute, quasi cercandone le innumerevoli e indescrivibili connessioni.
Sulla superficie scorrono anche dei graffi nella materia, le ferite inevitabili che l’esistenza ci procura, rendendoci allo stesso tempo più forti e più sensibili.
Ma facendo, per così dire, vivere il colore, succede che ogni quadro si presenta come una ricerca a sé, un evento unico e irripetibile: un vero e proprio essere vivente.
E così, alla fine di una vita quanto mai ricca e differenziata, Maurizio Paccagnella ci mostra con delicatezza un esempio di pittura dal grande contenuto coloristico ed esistenziale.

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