Giampiero Viglino, Cigni (Love's Blues)

Tecnica mista su tavola, 101 x 90, 1998

Giampiero Viglino, Paesaggio

Tecnica mista su tavola, 90 x 101, 1998

Giampiero Viglino, Dove nascono le nuvole

Tecnica mista su tavola, 152 x 120, 1998

L'artista

Gian Piero Viglino è nato ad Alba nel 1951.
Si dedica dapprima ad un surrealismo primitivo e materico; poi, da suonatore di batteria, cerca di trasmettere nei suoi quadri la pulsazione del cuore umano.
Infatti - spesso non ce ne accorgiamo - molte delle nostre azioni non sono motivate razionalmente, ma sono quasi indotte da una volontà indipendente, interiore, ad esempio dal respiro e dal battito cardiaco. 
Dal ritmo del cuore nascerebbe, secondo alcune teorie, la musica.
La tecnica che sperimenta in questo periodo cerca di associare volontà e caso: dipinge cioè lanciando grumi di gesso colorato sulla tela, di iuta robusta, facendo in modo che non sia solo la mente a partecipare alla creazione dell’opera, ma tutto il corpo.
Il successo e le vendite gli danno ragione.
Senonché, verso la metà degli anni ottanta, scatta un nuovo amore, di segno opposto.
Frequentando il mondo del restauro ha modo di visionare da vicino diverse tele dell’antichità, del cinquecento e del seicento in particolare.
Si accorge che la tecnica classica a velatura mantiene intatto il suo fascino, e che, anzi, subisce meno il passaggio del tempo rispetto ad altre tecniche.
Comincia a lavorare in tal senso: la sua sfida, adesso, è di fare pittura nuova con una tecnica antica.
I suoi dipinti sembrano emergere da atmosfere evocative di un lirismo che cerca di espandersi nello spazio, non distante dal Bello poetico di Leopardi.
Come descritto nello Zibaldone, essendo l’ansia del piacere insita nell’uomo infinita, solo le immagini e le situazioni caratterizzate da indeterminatezza riescono meglio a placarla: la foschia che avvolge il paesaggio, un filare di alberi che si perde in lontananza, l’esotismo - più immaginato che vissuto - e così via.
E così, mentre i paesaggi sono quelli delle Langhe, care a Cesare Pavese, gli animali sono Pappagalli, Elefanti, oppure cigni che provengono da nebbiose atmosfere wagneriane.
Fra le suggestioni che richiamano l’infinito, infatti, vi è anche la musica: Viglino non smette mai di essere musicista, tanto che possiamo leggere le sue composizioni come partiture armoniche di colori e di livelli di narrazione diversi.
Rasserenanti sono anche le presenze degli angeli, figure premurose che vegliano sulla nostra vita e cercano di indirizzarla al bene e al bello.
Spesso Viglino completa la tavola dipinta con una vernice lucidante, che conferisce preziosità al lavoro.
Anche questa pittura ottiene successo: insieme ad altri artisti forma un gruppo chiamato - in modo quanto mai pertinente - “D’ombra, d’incanto” ed espone in numerose mostre, personali e collettive, in Italia e in Europa.
Sembrerebbe il preludio di una vita professionale tranquilla se non fosse che, il 5 novembre 1994, il fiume Tanaro esonda e travolge la sua abitazione, portandosi via tutto. 
Improvvisamente, Viglino si ritrova senza più un documento che testimoni il suo passato, oltre che a buona parte della sua produzione artistica.
Tuttavia non smette mai di lavorare: la sua pittura sembra provenire da certe atmosfere fin-de-siècle, eredi di Turner, in clima orfico-simbolista alla Redon e alla Moreau, attualizzate da colori vivaci dall’andamento jazzistico.
Ma ci vorranno oltre vent’anni per riprendersi veramente, con nuovi lavori, questa volta soprattutto su carta, che sente come il vero superamento del trauma. Le sue composizioni prendono vita all’interno di un ovale, come una sorta di lente o una foto di inizio novecento, da cui emergono ancora gli stessi paesaggi di un tempo.