Giorgio Albertini, Acquamorfosi

Acrilico su tela, 70 x 45 , 2001

Giorgio Albertini, Blow-up

Acrilico su tela, 120 x 180, 2001

Giorgio Albertini, Charmox Grepon

Acrilico su tela, 35x50, 2000

Giorgio Albertini, Resegone

Acrilico su tela, 165x150, 1988

Giorgio Albertini, Trittico Lilium

Acrilico su tela, 15x63, 2014

Giorgio Albertini, Trittico Stella di Natale

Acrilico su tela, 15x63

Giorgio Albertini, Amarilli (dittico)

Acrilico su tela, 150x80, 2005

Giorgio Albertini nasce nel 1930 a Milano. Dopo alcuni anni di ricerca nell’ambito della pittura informale, dagli anni settanta, complice una tecnica pittorica davvero prodigiosa, è normalmente inserito fra i protagonisti dell’“iperrealismo”. Ma le motivazioni dell’iperrealismo americano, erano completamente diverse. Giorgio Albertini, ha piuttosto intrapreso un lungo, cosciente, eroico dialogo col mezzo fotografico tramite la pittura. Secondo Albertini  l’idea del mondo che abbiamo oggi è sempre filtrata attraverso  dalle nuove tecniche di riproduzione delle immagini. La sua domanda è: come si può continuare a dipingere nell’epoca della fotografia? Dapprima realizza quadri che si confrontano con la pubblicità; poi realizza diversi cicli di dipinti di volta in volta dedicati ai temi classici dell’arte fotografica: le montagne, la natura morta, i riflessi, i fiori. Albertini alla fine fa emergere la parte concettuale della sua ricerca. Nascono così gli ultimi dipinti che pongono direttamente il problema: di cosa è fatta la pittura? Con i suoi meravigliosi dittici e trittici Albertini dimostra che la pittura è fatta di colore. E se questa frase sembra ovvia, dobbiamo sempre ricordarci che per tanti aspetti l’arte moderna nasce con una affermazione di Maurice Denis alla fine dell’800: “Ricordarsi che un quadro, prima di essere un cavallo da battaglia, un nudo o un aneddoto qualunque, è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori disposti in un certo ordine.” Le premesse non sono poi così diverse da quelle di Arman, con i suoi tubetti di colore spremuti direttamente sulla tela: quello che fa la differenza è il rifiuto – da parte di Albertini – della tecnica dell’objet trouvé, ossia dell’oggetto recuperato e trasformato concettualmente in opera d’arte.

Sergio Mandelli