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Agostino Ferrari è nato a Milano nel 1938.
Agostino Ferrari, contemporaneamente agli studi tecnici, si dedica alla pittura, ed entra per alcuni mesi nello studio di Remo Brindisi, il quale però, intuendone il talento, gli suggerisce di frequentare il Bar Giamaica, dove si ritrovano gli artisti più innovativi del momento, riuniti attorno alla figura carismatica di Lucio Fontana.
I suoi primi dipinti lo vedono ispirarsi al naturalismo lombardo, tendente all’informale, con un richiamo, per le ampie campiture di colore, a De Staël e a Chighine.
Poi, in queste campiture, compaiono dei segni incisi, forse a indicare le finestre di un palazzo di periferia, ma che diventano subito segni autonomi, fino a costituire una scrittura illeggibile.
Ferrari è poco interessato all’azzeramento della pittura teorizzato da Piero Manzoni, e, attraverso il segno, cerca di riaffermarne la necessità.
Le sue idee incontrano quelle di altri frequentatori del Giamaica, con i quali costituisce un sodalizio passato alla storia come “Gruppo del Cenobio”.
Quasi senza saperlo, questi artisti erano impegnati in una ricerca che coinvolgeva diversi maestri dell’epoca, da Michaux, a Sanfilippo, ecc.
A differenza di questi, però, Agostino Ferrari non cerca tanto una propria cifra stilistica.
Piuttosto intraprende una serrata indagine degli elementi base della produzione artistica al fine di elaborare una sorta di alfabeto personale, fatto di segni, forme e colori.
Con un atteggiamento quasi scientifico, dapprima cerca di capire come si esprime il Segno, arrivando a definirne quattro categorie: Il Segno Simbolo, il Segno Pittorico, il Segno Fisico Positivo, il Segno Fisico Negativo.
Ad ognuna di queste categorie corrisponde un diverso tipo di percezione; questa esperienza viene tradotta in opera in una serie chiamata Teatro del Segno.
Il secondo oggetto di indagine è la Forma, ossia di come questa si elabora nella mente e nell’opera dell’artista;
Ferrari parte da una zona colorata contenente dei segni che si evolvono quasi per germinazione spontanea fino a dare origine ad una nuova forma. L’insieme dell’intero processo prende il nome di Forma Totale.
L’ultimo oggetto di indagine è il colore: dapprima Ferrari lega i colori primari ad alcune figure geometriche, forme che si evolvono quando si rapportano ai colori complementari.
Poi teorizza il fatto che ad ogni colore corrisponda una certa dimensione psicologica, in un percorso che va dal desiderio indistinto (rappresentato dal viola) fino all’azione (rappresentata dal rosso).
Questa teoria viene tradotta in opera con “Autoritratto”, una serie di grandi pannelli in cui ogni spettatore compie il proprio percorso di autocoscienza.
Ad un certo punto, però, Ferrari capisce che questa ricerca lo inaridisce, dal punto di vista della espressività, e sente la necessità di aprire una nuova fase più lirica.
Nasce così una sorta di simbiosi fra il segno e l’artista; è come se il segno, resosi indipendente, prendesse l’iniziativa e sfruttasse la personalità del pittore per esprimersi;
ma dall’altra parte è il pittore stesso a lasciarsi prendere per mano e a trovare la sua identità dando evidenza pittorica al segno.
In diverse serie il segno dà origine a veri e propri “Eventi”, in cui sembra divertirsi con lo spazio della tela, intersecandolo (“Esterno-Interno”), o riempiendolo come la pagina di un diario.
I segni si sovrappongono l’uno all’altro, diventano “Labirinti”, diventano “Palinsesti”, ossia pergamene riutilizzate.
La prepotenza del segno, ad un certo punto, sembra mandare in frantumi il fondo, creando uno spazio vuoto in cui i vari frammenti – e gli stessi segni – sembrano galleggiare.
Questo passaggio pone Ferrari di fronte alla domanda radicale: da dove deriva il segno? Qual è la sua origine?
A questa domanda l’artista (o il segno per lui) cerca di rispondere dapprima con le “Maternità”, quadri che pongono al centro un rettangolo, in cui un certo motivo viene ripreso in scala più grande tutt’attorno.
Poi, con la serie “Oltre la soglia”, arriva a ciò che, a oggi, è il punto di arrivo: squarciando il fondo (tema ripreso anche in tre dimensioni) Ferrari scopre uno spazio ignoto – forse la memoria, l’inconscio, l’aldilà – da cui il segno prende origine, ma che soprattutto è lo spazio a cui faceva riferimento Fontana con il taglio della tela.
Ma a differenza di Fontana, che pensava a un vuoto, per lui quello spazio identificato col nero è un pieno, la somma di tutte le potenzialità.
E così, Agostino Ferrari, dopo un vero e proprio corpo a corpo durato cinquant’anni, scopre una sorta di identità fra sé e il segno; scopre cioè che il senso del segno è di prendere vita per affermare l’identità d’artista di Agostino Ferrari nel mondo.

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