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Dinh Quang Le è nato nel 1968 a Ha Tien in Viet Nam.
Nel 1979, in seguito alle note vicende politiche, con la famiglia si trasferisce in California, dove scopre la passione per l’arte sfogliando i libri nella biblioteca della scuola.
In particolare lo affascina la pittura rinascimentale, che gli disvela un mondo in grado di aiutarlo ad affrontare il problema della propria identità. Infatti lui sente ancora un legame profondo con la sua terra di origine, con la vita in campagna, un legame che si è interrotto proprio nel momento più bello, quello dell’infanzia.
Scopre inoltre che l’arte si può produrre con tanti nuovi mezzi.
Sente che la pittura è troppo legata alla tradizione europea. La fotografia invece è un linguaggio nuovo, ancora tutto da esplorare.
Fin dall’inizio la ricerca lo conduce alla necessità di esprimere la propria doppia identità; sperimenta la tecnica della doppia esposizione, ma poi è proprio la sua storia personale che gli viene in aiuto.
Si ricorda di suna una zia che gli aveva insegnato l’arte di intrecciare la paglia per farne delle stuoie e lui prova ad applicarla alle foto, stampate in grande formato e poi ridotte in strisce.
Utilizzando due foto dal contenuto diverso le intreccia in modo da formare una immagine che faccia emergere diverse suggestioni.
Un primo esito convincente è la serie Portraying A White God, in cui Dinh fonde immagini tratte da dipinti del rinascimento europeo con quelle dei Buddha.
Tornato in Vietnam, nel 1993, scopre con rammarico che non è rimasta alcuna documentazione fotografica della sua famiglia.
Si accorge che quanto sa della guerra del Vietnam in realtà è stato mediato dalla cultura americana, in particolare attraverso i film. Il problema viene posto con molta chiarezza nella serie From Vietnam to Hollywood. Da una parte gli eventi della guerra vera, dall’altro la guerra narrata nei grandi film.
Compra migliaia di fotografie provenienti da archivi privati nella speranza di trovare qualche documento riguardante la sua famiglia.
Ma nelle storie private di gente sconosciuta trova una sua nuova famiglia, in ogni foto c’è un pezzetto di se stesso.
Poi affronta il problema del ruolo dell’artista nel video commovente Light and belief realizzato a partire da interviste di artisti che durante la guerra hanno operato anche come soldati.
Attraverso le parole di quegli stessi artisti, si confronta con due tesi apparentemente contrastanti.
Una tesi sostiene che in tempo di guerra l‘artista deve occuparsi di raccontarne gli orrori, come ricordava il poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo nella poesia “e come potevamo noi cantare”.
L’altra emerge dal fatto che, proprio durante la guerra, la gente chiede all’artista di rappresentare la bellezza; una artista racconta di come la moglie di un soldato le avesse chiesto espressamente di dipingere l’alba sul mare.
E’ la stessa ricerca della bellezza che è all’origine della serie Textures of Memory.

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