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Gianni Asdrubali è nato nel 1955 a Tuscania.
Oltre alla innata passione per l’arte, studia in un istituto professionale che lo avvia all’attività di tornitore, lavoro che lui svolge con successo per alcuni anni.
Quello che lo affascina nel suo lavoro è il comportamento della materia a seconda delle diverse sollecitazioni, tanto da spingerlo a frequentare corsi universitari dedicati alla fisica delle particelle elementari e alla meccanica quantistica.
Anche se nel frattempo viene a conoscenza dell’ambiente artistico romano, questo tipo di formazione lo tiene distante dalle riflessioni critiche che dominavano quel periodo, rivolte alla citazione delle forme delle avanguardie storiche e che avrebbero dato origine a movimenti come la Transavanguardia.
Per lui si tratta piuttosto di affrontare di petto la questione originaria della pittura, il rapporto fra la tela e il pittore.
In pratica: che cosa spinge un artista a fare un segno su una superficie bianca?
Un giorno ha l’intuizione decisiva, che determinerà tutta la sua ricerca successiva.
Seduto di fronte a una grande parete bianca sente l’impulso di alzarsi e tracciare un segno sulla superficie.
Di colpo capisce: quello che ha provocato l’azione, non è stato il suo talento, ma proprio lo spazio bianco della parete, uno spazio vuoto che attrae verso di sé l’impulso creativo dell’artista.
La prima prova originata da questa intuizione è il “Muro Magico”, documentato da una serie fotografica, in cui Asdrubali riempie di pennellate nere uno spazio intero, che poi alla fine viene distrutto.
Il vuoto, il nulla che ha dato origine al gesto, alla fine ritorna nulla.
La serie successiva, chiamata diodiavolo, come dice il titolo, mette in relazione due estremi, il bianco e nero, che definiscono reciprocamente la propria forma, tanto che non si può dire se si tratti di una pittura bianca su campo nero o viceversa.
I quadri della serie Aggroblanda fanno invece riferimento alla eleganza dei motivi di alcune pietre dure.
Ma è con le serie successive che il procedimento di Asdrubali si fa più chiaro, come testimoniato da un video intitolato Combattimento, splendidamente commentato dalla voce di Maurizio Corgnati.
In questo video Asdrubali si comporta nei confronti della tela come un pugilatore col suo avversario. Si avvicina, colpisce la tela con una pennellata, si allontana, ne esegue delle altre, si allontana di nuovo, fino a quando non ritiene che i segni siano sufficienti per procedere alla fase successiva.
A questo punto Asdrubali evidenzia alcune zone del quadro che formano una alternanza di chiari e di scuri.
Un’ulteriore evoluzione della sua ricerca si manifesta con Tromboloide.
Dopo aver realizzato un certo numero di opere, Asdrubali le accosta una all’altra, come se ognuna di esse costituisse una cellula completa e autonoma di un grande organismo, con il quale interagisce e si integra.
Riprendendo un concetto della fisica, ogni opera è, per lui, come un Quanto, ossia una quantità di energia completa in se stessa che si accosta, si scontra, si sovrappone alle altre unificandosi in un solo insieme che non ha né verso né direzione, né sopra né sotto, trasfigurazione artistica dello spazio curvo dell’universo.

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