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Damien Hirst e i Jeans strappati

A qualcuno l’ho anche detto: la mia carriera scolastica ha conosciuto un percorso un po’ strano, in particolare quella universitaria.
Sì, perché io mi sono laureato in letteratura francese, e il motivo di questa scelta è che, ad un certo punto della mia giovinezza, avevo il mito di Rimbaud, il giovane poeta con le suole di vento, che a vent’anni aveva già rivoluzionato il corso della poesia e che era famoso per i suoi vagabondaggi.

Come lui amavo viaggiare, possibilmente in autostop, alla ricerca di avventure che, per mia fortuna, non si sono però mai concluse a pistolettate.
A quell’età, la prova da esibire dopo quei vagabondaggi erano i jeans, comprati rigorosamente nuovi e che, rigorosamente, dopo un po’ di tempo dovevano avere i segni della consunzione, gli orli sfilacciati, gli spacchi sulle cosce o sui ginocchi…
Avere i jeans strappati significava avere avuto intense esperienze di vita.

 

(flickr.com)

Hirst, Treasures from the Wreck of Unbelievable

 

 

 

 

Damien Hirst: Treasures from the wreck of the unbelievable

Qualche mese fa sono andato a vedere la famosa, o famigerata, mostra di Damien Hirst dal titolo Treasures from the wreck of the unbelievable.
Per chi non lo sapesse è una mostra concepita su un fatto inventato: secoli fa una nave appartenente ad un ricchissimo mecenate sarebbe affondata in mare portando con sé mirabili opere d’arte di varia foggia realizzate con materiali diversi, anche molto preziosi.
Ora, con i mezzi della tecnologia odierna, si sarebbe riusciti a recuperare tutto il prezioso carico, il quale, accuratamente restaurato laddove possibile, dopo lunghi secoli passati sott’acqua, è stato esposto nelle sale della Fondazione Pinault, alla Punta della Dogana di Venezia.

Queste opere sono l’apoteosi del falso: falsa è la storia da cui prende origine la mostra, false sono le opere, ispirate a icone della antica storia dell’arte fuse, magari in bronzo, insieme a personaggi dei fumetti e della contemporaneità, nelle fattezze di improbabili divinità.
L’attento artista non si è fatto mancare nulla: è riuscito persino a fondere nell’oro una serie di monete fintamente antiche, le quali saranno sicuramente oggetto del desiderio di affamati collezionisti.
La mostra non è gratuita e ha migliaia di visitatori ogni giorno.
Lasciamo stare per il momento le ovvie considerazioni legate al fatto che il tutto si tradurrà sicuramente in un grande guadagno da parte dell’artista e del mecenate Pinault, che si faranno pagare le opere assai più che a peso d’oro, non siamo moralisti… basta sapere collocare la cosa nel suo giusto ambito e sperare che i conti tornino.

E l’ambito giusto è quello del parco divertimenti. Si va a vedere la mostra di Damien Hirst con lo stesso spirito con cui si va a Disneyland: sappiamo tutti che dentro ai costumi di Pippo e di Topolino si celano gli animatori; e tutti sappiamo che il castello di Biancaneve è una finzione, perché Biancaneve è un personaggio delle favole.
E allora, a questo punto, dovrebbe funzionare l’equazione “Disneyland = Treasures from the wreck of the unbelievable”: si va alla Fondazione Pinault per divertirsi, sapendo di avere a che fare con un mondo assolutamente finto.

 

Disneyland e inautenticità

Le cose, però, non stanno nemmeno così.
Infatti, per arrivare a Disneyland, si è comunque passati attraverso le favole, e le favole sono, spesso, racconti che raccolgono miti popolari tramandati di generazione in generazione, e che, perciò, nascondono archetipi ben identificabili. Dietro le favole ci sono secoli di esperienza umana.
Dietro la mostra di Hirst c’è, invece, una storia inventata a tavolino, alla stregua della sceneggiatura di un film; una storia, tra l’altro, assolutamente non convincente, scritta apposta per non essere creduta. In Treasures from the wreck of the unbelievable viene raccontata una storia palesemente falsa fin dall’inizio, senza alcun radicamento – al contrario delle favole – negli archetipi collettivi di un popolo.
E infatti la mostra si avvale anche il contributo di filmati realizzati per documentare il falso ritrovamento dei falsi reperti archeologici.

Il problema è proprio questo: se io produco un film, poi invito la gente a vedere il film nelle sale o ad acquistare il DVD, e da lì traggo il mio legittimo guadagno. Tutti sanno che la scenografia è spesso finta (come nei film di Fellini): ma il film è vero!
E se io invito la gente a Disneyland offro una quantità rutilante di spettacoli al fine di farla divertire spensieratamente per qualche ora.
In questi casi, cioè, non offro a un potenziale collezionista – che ne so – gli abiti dei figuranti, i manichini dei vari allestimenti, gli oggetti di scena…
Tutt’al più offro dei souvenirs, il merchandising delle immagini Disney riprodotte su tazze, magliette, cartelle, matite e così via.
In Treasures  manca, del tutto, lo scatto che deriva dalla comunicazione  di un sentimento qualsiasi da parte dell’autore.

La conseguenza è che l’inautenticità di questo allestimento lascia assolutamente freddi, se non per l’apprezzamento eventuale per la fattura delle opere esposte, ed hai voglia a dire che è tutto voluto…Qui siamo di fronte ad un falso che pretende di tradursi in vera opera d’arte.

Tra parentesi, figuriamoci se mi stupisco se qualcuno chiama opere d’arte quelle di Hirst: sono un sostenitore della famosa citazione di Dino Formaggio, secondo cui è arte tutto ciò che gli uomini chiamano arte.
Ciò non toglie che, nell’insieme delle opere d’arte, ve ne siano alcune più riuscite o più convincenti di altre.
E queste qui non sono per nulla convincenti.
Il perché l’ho detto: per l’eccesso di inautenticità che non le eleva mai ad un livello necessario di lirismo o di espressività. Sono opere senza vissuto.

(artribune.com, ph. Irene Fanizza)

I jeans strappati

Da qualche anno vanno di moda i jeans acquistati già strappati. Io li ho sempre trovati tremendi, un insulto alla miseria, a coloro che non possono permettersi i jeans nuovi e si vedono scimmiottare da benestanti viziati, ma tant’è, pazienza: forse il mio giudizio è condizionato dal mio moralismo di persona ormai anziana…
Ciò su cui dobbiamo riflettere, piuttosto, è questo: perché c’è gente che compra i jeans già strappati? 
Forse il problema è che siamo in presenza di generazioni cresciute senza grandi ideali, che trascorrono un sacco di tempo davanti al computer e all’apericena, che non riescono ad avere vere esperienze di vita, in cui mettere alla prova la propria resistenza fisica e morale.

E allora, costoro cercano nel tessuto già logoro dei pantaloni un traslato, un feticcio della vita che non hanno vissuto, illudendosi che basti comprare dei jeans strappati per esibire una storia che, invece, non c’è mai stata. Figli di una ideologia che sostiene che tutto si può comprare – evidentemente – pensano, con questo, di comprarsi anche delle vere emozioni, delle vere esperienze.

Treasures from the wreck of the unbelievable è la mostra giusta per queste generazioni: una mostra senza una storia vera, senza una sola opera frutto di una sincera emozione, o che cerchi di comunicare un significato alto.
Questa mostra è completamente priva di senso, mette in scena il nulla peggio di una tela bianca di Piero Manzoni. Un vuoto mascherato nelle dimensioni, a volte ciclopiche, delle opere. Per cui, facendo il verso ad una famosa pubblicità, si va alla punta della Dogana pensando di avere a che fare con grandi opere, ma si ha a che fare solo con opere grandi.
Con il nulla attorno.

Sergio Mandelli

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