Sul "Che fare?" di Paolo Baratella

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Da Pellizza da Volpedo: un’arte per il popolo

Fra le tante vicende che hanno segnato la storia della pittura italiana moderna una delle più interessanti è quella di alcuni pittori che cercarono di accompagnare, con le loro opere, la crescita del movimento operaio. Costoro, a partire dalla fine del XIX secolo, cercarono di documentare, secondo il nuovo verbo realista, la vita dei miseri al fine di far maturare a tutto un popolo di persone sfruttate una coscienza di classe, utile alla richiesta di migliori condizioni di lavoro e di salario.

Pellizza da Volpedo, uno dei pittori più sensibili al problema, scriveva: “La questione sociale s'impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev'essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti”.

Il capolavoro del realismo sociale italiano è forse l’impressionante serie di dipinti che Angelo Morbelli dedicò agli ospiti del Pio Albergo Trivulzio, quindi, paradossalmente nulla a che vedere con i lavoratori; ma lo stesso Morbelli non mancò di illustrare le pesanti condizioni di lavoro in campagna in opere dedicate alle risaie, soprattutto con la struggente rappresentazione del lavoro delle mondine introdotta da un titolo emblematico: “Per ottanta centesimi!” (1895).

L’apparire del socialismo e dei comizi, allora nascenti, di politici che incitavano la folla a prendere coscienza dei propri diritti viene invece documentata ne “L'oratore di sciopero” di Emilio Longoni (1890).

L’opera che dal punto di vista simbolico si è imposta al di sopra di tutte le altre, però, è il “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, dipinta nel 1901 e presentata per la prima volta alla quadriennale di Torino nel 1902.

Impressionato dalle precarie condizioni di vita dei lavoratori della terra, ma avvertito del fatto che una nuova consapevolezza di classe – ossia della appartenenza ad uno stesso insieme di persone unite da interessi comuni – stesse crescendo fra la sua gente, Pellizza cercò di dipingere qualcosa di diverso, che avesse ambizioni più alte rispetto ad un’opera di semplice documentazione della realtà.

Per lui si trattava di dare valore universale ad un’idea che si stava incarnando nelle figure del popolo, si trattava di dipingere qualcosa che avesse la stessa forza di un’opera rinascimentale, sull’esempio della “Scuola di Atene” di Raffaello, per intenderci, che avesse la forza di un simbolo che viene calato in forme umane.

Ma laddove i filosofi della Stanza della Segnatura se ne stanno per l’eternità nella posizione loro assegnata dal pensiero elaborato in vita, qui gli uomini e le donne rappresentati sono persone del popolo intente in un tranquillo, determinato, sicuro incedere verso una meta che somiglia a un destino: quello di una migliore condizione di vita per tutti.

Si vede, in questo incedere tranquillo, la traduzione in immagine dell’impostazione data da Filippo Turati alla lotta politica, secondo cui i risultati più importanti non si sarebbero dovuti ottenere con la violenza, ma con la ferma convinzione della ragione, passo dopo passo, conquista dopo conquista: siamo ben distanti dai furori rivoluzionari che si impongono a pistolettate descritti da Delacroix!

Per Pellizza da Volpedo l’idea, anzi l’Idea del progresso, è rappresentata da “una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s'avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov'ella trova equilibrio”.

Il fascismo e il lavoro

Successivamente, non vi sarebbero più state molte occasioni di parlare di questi argomenti, il clima culturale si nutriva ormai di altre emozioni: quando Umberto Boccioni, dipinge la “Città che sale” (1910) esprime la meraviglia di un uomo della provincia italiana che assiste stupefatto all’affermarsi travolgente del progresso, la nuova divinità futurista, e sicuramente non ha in mente nessuna forma di rivendicazione sindacale.

A dire il vero il “lavoro” fu poi celebrato eccome, nei decenni successivi, ma se ne occupò il fascismo, dando persino esiti, a volte, di concezione e di esecuzione elevatissima, come stanno a testimoniare i dipinti di Mario Sironi, a partire dallo straordinario affresco “L’Italia fra le arti e le scienze” (1935) presente nell’Aula Magna dell’università La Sapienza di Roma e recentemente restaurato.

Ma siccome non è argomento inerente alla storia che vorrei raccontare, proseguo oltre.

Il Partito Comunista

Anche perché, nel frattempo si stava strutturando il Partito Comunista Italiano, fondato nel 1921 da Antonio Gramsci, ma che, finché rimase legale (ossia fino al 1926), non ebbe in realtà grande fortuna elettorale.

Tuttavia negli anni successivi, sotto la guida attenta di Palmiro Togliatti, il PCI seppe conquistare prima il prestigio internazionale (nel mondo comunista, ovviamente) e poi, con la Repubblica, contendere alla DC il primato alle elezioni, risultando poi per anni il maggiore partito di sinistra italiano.

Per capire la popolarità del PCI, e l’aura quasi mistica che lo circondava, vale la pena leggere per intero il finale del primo discorso che Togliatti tenne dopo l’attentato del 1948; le parole e l’atteggiamento ricordano in maniera impressionante il paternalismo che fu poi, di lì a qualche anno, quello di Giovanni XXIII del “Discorso della luna” (quando tornate a casa date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”…).

“Compagni (…), portate dappertutto il mio saluto in Italia, portatelo agli operai e ai disoccupati delle officine di Milano, di Torino e di Genova, di tutte le nostre capitali industriali. Portate il mio saluto ai forti braccianti e mezzadri della pianura del Po, ai contadini dell’Italia meridionale, portatelo ai professionisti, agli impiegati che oggi affrontano una dura battaglia. Portate a loro un saluto, il quale li riconforti nella lotta che essi debbono affrontare, il quale dica loro ancora una volta che in Italia, che nel popolo italiano vive una forza invincibile, la forza del partito comunista, questa forza che nessuno è riuscito a spezzare, questa forza la quale sente di essere chiamata a guidare le grandi masse del popolo nella lotta liberatrice, redentrice, la quale non può conchiudersi e non potrà conchiudersi altro che con la nostra vittoria.”

Questo non è un politico che parla, ma un profeta chiamato da una entità sovrannaturale ad assumere un ruolo messianico e a compiere un disegno divino …

Guttuso e “I funerali di Togliatti”

Dal punto di vista artistico, una certa attenzione nei confronti delle problematiche del lavoro si ebbe negli anni trenta a Milano con il Gruppo Corrente, a cui si avvicinò presto Renato Guttuso, pittore destinato ad occupare un ruolo predominante nel Partito Comunista.

Guttuso, è, tra l’altro, il solo (dopo Pellizza da Volpedo) ad aver dipinto poi un’opera dal valore simbolico in grado di imprimere un segno alla vita politica del movimento operaio. Stiamo parlando del quadro di grandi dimensioni “I funerali di Togliatti” conservato a Bologna, realizzato nel 1972.

Rispetto al “Quarto stato”, però, qui si respira un’aria completamente diversa: non sono più i lavoratori ad incarnare una certa idea del mondo, ma ci sono alcune decine di personaggi ritratti attorno al corpo di Palmiro Togliatti, chiamati a celebrare un’entità quasi sovrumana: il Partito.

 

“I funerali di Togliatti” diventa l’occasione per presentare personaggi magari già defunti all’epoca (1964), ma ben presenti allo spirito di milioni di militanti.

Per cui, attorno al Migliore (come lo si chiamava allora) immerso in una abbondante fioritura di rose, appare Lenin, che per la sua importanza, per essere stato cioè colui che attraverso la rivoluzione in Russia è stato capace di tradurre in pratica l’Idea, è presente ben cinque volte, seguito da Stalin e Breznev; poi, ovviamente, è ben rappresentata la nomenclatura italiana, partendo dal padre nobile, Antonio Gramsci, seguito dalla dirigenza del PCI dell’epoca: Luigi Longo, Giorgio Amendola, Pietro Ingrao, Enrico Berlinguer; sono presenti anche intellettuali come Salvatore Quasimodo, Luchino Visconti, Eduardo de Filippo (più per le descrizioni della vita degli ultimi e delle conseguenze della guerra, in verità, più che per una loro convinta adesione alle direttive del Partito) seguiti poi da altre figure di rilievo internazionale come Dolores Ibarruri, Jean Paul Sartre, Angela Davis…

Intorno a questi personaggi illustri vi è la giusta cornice di militanti costernati, col pugno alzato, e tutto un fiorire di bandiere rosse.

Nella parte alta del quadro, mentre a sinistra viene raffigurato il Colosseo, al centro compaiono delle nuvole rosseggianti: un accenno al Sol dell’avvenir?

Insomma, più che un popolo in cammino, qui si sta celebrando la divinizzazione di un’Idea che, se non politicamente, almeno culturalmente, in qualche modo, il mondo lo aveva conquistato per davvero.

Pittura ribelle. Il “Vorrei e non vorrei” di Paolo Baratella

Nello stesso momento, l’Italia e il mondo, come si sa, stavano vivendo turbolenze politiche un po’ ovunque. Questo si tradusse in una serie di rivoluzioni nei linguaggi adoperati per produrre opere d’arte: si cominciò a parlare quindi di performance, di installazioni, di body-art…

Tuttavia, a Milano, furono proprio quattro pittori, Paolo Baratella, Fernando de Filippi, Umberto Mariani e Giangiacomo Spadari che a cavallo fra gli anni sessanta e gli anni settanta affrontarono con decisione i temi proposti da una nuova visione politica del mondo, alternativa a quella borghese e liberale che caratterizzava la società occidentale.

Fra questi, Paolo Baratella si distinse per una personalissima e incontenibile tensione creatrice che lo portava a realizzare opere di grande e di grandissimo formato, allo scopo di ottenere lo stesso senso di avvolgimento che si prova stando dentro ad una chiesa affrescata.

L’energia creatrice è però sempre dominata dal suo rigore compositivo, che sembra spostare le forme e i colori come un compositore maneggia grandi masse musicali all’interno di una sinfonia di ampiezze mahleriane.

Fra queste opere gigantesche ve n’è una dedicata proprio a Guttuso (di cui era amico) il cui titolo si rifà proprio al mondo musicale, a Mozart, in particolare: “Vorrei e non vorrei…”

Il titolo, come riferito dallo stesso Baratella, esprime una costante contraddittoria dell’artista in genere (e Guttuso nella fattispecie), magari sinceramente propenso a contestare il Palazzo del potere per affermare i diritti dei più miseri, Palazzo da cui non può però nascondere di essere comunque e contraddittoriamente attratto: “Vorrei entrare e non vorrei entrare nel Palazzo” per partecipare al gioco, insomma.

Del resto era nota a tutti la passione per il denaro, per il lusso e per la frequentazione di uomini molto potenti da parte del comunista Guttuso, cosa che non poteva non fare storcere il naso a uno genuino come Baratella.

Da qui nasce “Vorrei, non vorrei”, (1981) enorme nastro di pittura dove, in un vasto racconto per immagini, trovano posto architetture barocche (il portale realizzato da Lorenzo Bernini posto all’ingresso del Palazzo del Grillo, diventato poi la residenza-studio di Renato Guttuso a Roma), postriboli, scene di guerra, tigri che passeggiano nella giungla e una Cena a Emmaus trasformata in una sorta di Grande Abbuffata, in un ambito visionario che unisce – come solito in Baratella – grottesco e tragedia, verità e parodia, celebrazione e condanna del potere, vizi e virtù esibite, e così via.

Lo sguardo è impietoso, lo scandalo è manifesto, la condanna è senza scampo. Tuttavia, l’opera, esposta per la prima volta presso lo Studio Marconi, piacque molto a Guttuso (probabilmente inconsapevole delle reali intenzioni del più giovane pittore), il quale decise di organizzare per l’occasione una grande festa nella sua residenza di Velate, sul lago di Varese.

Che fare?

A distanza di 36 anni da quella festa ecco che Baratella si è sentito di riprendere in mano il tema del rapporto fra arte e comunismo, e lo fa prendendo a prestito da Guttuso l’impianto dei Funerali di Togliatti.

Questa volta le dimensioni sono (per gli standard di Baratella) assai ridotte, appena 2 metri per tre, strettamente necessarie all’artista per prendere finalmente posizione dopo gli eventi del 1989 e degli anni successivi.

Il titolo riecheggia un celebre testo rivoluzionario di Lenin del 1901 (lo stesso anno del “Quarto stato”): “Che fare?”; ma mentre in quel caso ci si riferiva alla ricerca di una soluzione politica relativa all’organizzazione del Partito allo scopo di prendere il potere e di disciplinare le masse proletarie, questa domanda – che troviamo scritta in caratteri cubitali in basso a destra nel dipinto – in questo contesto assume un carattere assai diverso.

Innanzitutto il colore dominante è il rosso, ma tutto qui ci parla solo di tragedia.

Da un portale barocco (sì, ancora quello del palazzo del Grillo) fuoriescono il ritratto di Karl Marx e le parole: AVANTI POPOLO! della celebre canzone “Bandiera rossa”.

Da lì una serie di bandiere rosse si piegano progressivamente fino a quasi invadere lo spazio del funerale, fino ad incrociare, sulla parte opposta dell’opera, una caduta di travi che, ad un certo punto, si trasformano nella Crocifissione di Guttuso del 1941.

In primo piano alcune figure assistono mute e attonite alla tragedia che si sta compiendo: si riconoscono Marta Marzotto di profilo, Mimise Dotti (rispettivamente storica amante e legittima moglie di Guttuso), Gramsci, lo stesso Guttuso e, ad occhi chiusi, cercando quasi di assumere un basso profilo e di passare inosservato, Berlinguer.

Al centro del quadro, proprio sopra il volto di Togliatti e il ritratto di Lenin, si sviluppa in trasparenza una sorta di processione infernale di uomini nudi che conducono alla citazione picassiana della donna che precipita in “Guernica” di Picasso.

Ancora più sopra un’altra donna, che si mette le mani nei capelli, e l’incrociatore Aurora – quello dal quale partì il colpo di cannone che diede il segnale dell’assalto al Palazzo d’Inverno nell’ottobre del 1917 – che sembra inghiottito da una massa di fumo.

La fine di un mondo

Che il muro di Berlino sia caduto nel 1989 è un fatto storico. E che questo fatto abbia comportato anche la definitiva messa in discussione di un certo modo di concepire il mondo, costringendo, ad esempio, in Italia, il più importante partito comunista del mondo occidentale a cambiare nome, è un altro fatto incontrovertibile. Milioni di militanti si dovettero scontrare con la dura realtà: il comunismo non si era affatto imposto ovunque, e laddove aveva preso il potere aveva fallito, non era riuscito a regalare la felicità promessa, anzi, aveva messo ovunque in pratica l’oppressione violenta, la carcerazione, le purghe, aveva creato una realtà da cui le persone desideravano scappare: questo dicevano le crude immagini provenienti da Est. Ma se la cronologia vive di date, tutt’altra storia è quella che si svolge nella coscienza delle persone, dei singoli, dei militanti che per anni si erano convinti che la loro idea fosse quella giusta, e che si sarebbe sicuramente imposta in forza della evidente logica della dialettica marxista-leninista, secondo la quale l’avvento al potere del proletariato sotto la guida del Partito si sarebbe inevitabilmente verificato, come recitava il piccolo catechismo comunista. Del resto abbiamo letto i toni messianici contenuti nei discorsi di Togliatti… Dopo il 1989, appunto, questo catechismo divenne, ad un certo punto, inutilizzabile, se non addirittura un’ingombrante e imbarazzante eredità da giustificare di fronte alla storia. La coscienza di una persona non ha però gli stessi tempi della storia: quando una visione del mondo crolla, deve poi cercare di formarsene un’altra, alternativa, che però, per essere adottata, necessita di un lungo periodo di assimilazione. E per tutto questo tempo rimane insopprimibile la tentazione di opporre resistenza: possibile che si avesse proprio così torto? Possibile che non si possa salvare nulla di tutto quello che si è fatto? Di tutta quella marea montante di passione, di entusiasmo, di solidarietà diffusa fra persone che veramente credevano si sarebbe potuto cambiare il mondo, abbattendo una volta per tutte ingiustizie e squilibri sociali? Il messaggio di Baratella è chiaro: è proprio tutto finito, non c’è nulla da salvare. Che fare? È la domanda sgomenta di milioni di militanti che avevano cieca fiducia nelle direttive del Partito e che si sono trovati non solo senza direttive, ma con un partito che si interrogava sulle ragioni della propria esistenza, che mostrava il pianto a dirotto di Achille Occhetto e che chiedeva a se stesso smarrito: che fare? E così, dopo il “Quarto Stato”, che appare all’alba del movimento operaio, e “I funerali di Togliatti”, che ne costituiscono il mezzogiorno, il momento di massimo fulgore, in “Che fare?” Baratella ha dipinto il suo rovinoso e tragico tramonto. Beninteso, non certo il tramonto delle aspirazioni dell’uomo alla felicità, questo no. Ma il tramonto di una certa idea del mondo che si era costruita sulla lotta fra le classi e che si era illusa, a partire da questo, di costruire un mondo nuovo – più giusto e libero – sulle macerie di quello antico – necessariamente peggiore e da superare. E se la condizione di lavoro dei lavoratori è, nonostante le pericolose scivolate in senso ultraliberista dell’epoca attuale, decisamente migliorata, è venuto meno tutto quell’apparato ideale che dava ai militanti del PCI e alle persone di sinistra in generale un senso di appartenenza che era fonte di orgoglio identitario. Ora, per tutte queste persone, è difficile dire a se stessi: è finita. Eppure è proprio così, tutta questa storia è proprio finita: non rimane che sperare in qualcos’altro, magari guardando a quel gruppo di persone crocifisse in basso a destra nel dipinto. In fondo, la croce, è anche il simbolo scandaloso e paradossale della risurrezione. Sergio Mandelli
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