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Dario Ghibaudo, Museo di storia Innaturale - Drinidus cum oculis exposti

Tecnica mista su carta, 35x50, 2010

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Dario Ghibaudo, Museo di storia innaturale - Piscis aromaticus

Tecnica mista su carta, 35 x 50, 2010

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Dario Ghibaudo, Anacridium polipatus

Tecnica mista su carta, 35 x 50, 2010

Dario Ghibaudo, Museo di storia Innaturale - Canis Marinus

Tecnica mista su carta, 35x50, 2010

dario ghibaudo museo storia innaturale

Dario Ghibaudo, Museo di storia Innaturale - Criatura criata

Tecnica mista su carta, 35x50, 2010

Dario Ghibaudo, Italia

Tecnica mista, 50x32,5, 2005

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Dario Ghibaudo, Museo di storia Innaturale - Grillus alatus

Tecnica mista, 14.2 x 23.5, 2010

Per info sulle opere:





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Dario Ghibaudo: l'artista

Il museo di storia innaturale

Dario Ghibaudo è nato a Cuneo nel 1951.

A metà degli anni Ottanta il richiamo di Milano è irresistibile. Nel 1988 la galleria Cenobio Visualità di Andreina Maioli, gli dedica la prima mostra personale dal titolo “Tessuto connettivo urbano”.

Da tempo però ci sono un paio di frasi che gli ronzano nella testa. Una è di Jean Jacques Rousseau: “È innaturale tutto ciò che viene educato dall’uomo”. L’altra è di Michel Serres: “Dal momento in cui si innalza l’uomo si abbassa il suo rapporto con la natura”. Per lui queste frasi significano che un certo approccio tecnologico al mondo rischia di compromettere il rapporto di armonia esistente fra uomo e natura.

Nel 1990 ha l’idea che da quel momento in poi caratterizzerà tutta la sua opera: creare un vero e proprio museo di cui ogni nuova mostra viene concepita come un’ipotetica sala. E così come nel museo di storia naturale si documentano le specie vegetali e animali provenienti da tutte le parti del mondo, Ghibaudo, nel suo, che chiama Museo di storia innaturale, vuole documentare i segnali del rapporto spezzato tra umanità e natura. In lui agisce la fascinazione per le Wunderkammern, le stanze delle meraviglie, le collezioni di esemplari rari o di manufatti straordinari in voga dal ‘500 al ‘700. Per lui si tratta di creare forme nuove, risultato dell’incrocio fra diverse specie. Facciamo un esempio: la sala numero 8 è dedicata alla Botanica organica. Troviamo un esemplare di Malum Magnum Gilvus, una specie di melone di cui viene esposto un apparato digerente animale perfettamente riprodotto. Con questo principio combinatorio vengono concepite altre sale, come la 4, dedicata agli Insetti, o la 9 dedicata alle pelli di animali improbabili. Particolarmente interessante è la Sala numero 6 in cui presenta undici esemplari di Homo pronto. Si tratta di uomini e donne riprodotti in scala 1:1 e confezionati in buste sottovuoto. L'uomo ci viene mostrato ridotto a merce e selezionato in base alle proprie attitudini. Ognuno è accompagnato da una scheda tecnica che guida all'utilizzo appropriato del “prodotto” specificando che dopo l'uso questo potrà essere riposto nell'apposita confezione e riutilizzato al bisogno. Impressionante è la sala numero 10, composta da una serie di mappe geografiche ognuna ricoperta fittamente da piccoli crocifissi in materiale luminescente. Il crocifisso, simbolo universale della condizione dolente dell’uomo, ricopre di sé ogni angolo del mondo. La serie si intitola “Caritas Christi urget nos?” Questa celebre citazione da San Paolo è chiusa da un amaro punto di domanda: è ancora vero che a spingere l’uomo all’azione sia la carità, l’amore di Gesù Cristo, o non piuttosto i conflitti che percorrono tutta l’umanità? 

Sempre in pietra è la Labilostomis Lithica e la Aquifera rupestri. In bronzo è invece un esemplare di Cervus alatus. Splendide sono, infine, le Sculture da viaggio, piccole creazioni in porcellana, inserite in teche facilmente trasportabili, che rappresentano in esemplari unici la via più breve dell’evoluzione da pesce a mammifero. Intendiamoci: il lavoro di Ghibaudo non ha nulla di consolatorio. Il suo è un lavoro di spietata evidenza, dalle dimensioni titaniche e che, per complessità di concezione, per vastità di ambizione, per numero dei soggetti ideati e dei materiali utilizzati, non ha probabilmente eguali nel panorama dell’arte contemporanea.

Sergio Mandelli