Paolo Baratella, Spartito

Paolo Baratella , Spartito

Acrilico su tela, 80x100, 2005

Paolo Baratella, La spada nella roccia

Paolo Baratella, La spada nella roccia

Acrilico su tela, 100x100, 2004

Paolo Baratella, Aurora

Acrilico su tela, 100x100, 2018

Paolo Baratella: l'artista

Un'arte contro la guerra e l'oppressione

Paolo Baratella è nato a Bologna nel 1935. Dopo qualche anno con la famiglia si trasferisce a Ferrara, città che sta però vivendo i momenti peggiori della seconda guerra mondiale. Se da una parte queste vicende vengono vissute con l’innocenza quasi fantastica del bambino, dall’altra sviluppano in lui una acuta sensibilità verso il male. Nel 1958 si trasferisce a Milano, dove ha l’opportunità di confrontarsi con il fervente mondo artistico dell’epoca. I suoi esiti, già di grande qualità, risentono del clima esistenzialista tipico di quegli anni. Il tema che d’ora in poi sarà protagonista di tutta la sua produzione è la riflessione sul potere che, per sua natura, finisce inevitabilmente per diventare oppressivo nei confronti dei più deboli. Baratella realizza grandi tele in cui vengono associate immagini provenienti da contesti diversi - volte a coinvolgere il più possibile l’osservatore - contro la guerra e l’oppressione degli uomini sugli uomini. La tecnica è mista, ossia, pittura con uso di maschere per pittura a spruzzo. Le sue fonti di ispirazione sono i fotomontaggi di John Hearthfield, la pubblicità e il cinema, ma le idee provengono da intellettuali come Sanguineti e Pasolini. Insieme a Umberto Mariani, Fernando de Filippi e Giangiacomo Spadari, con i quali condivide la stessa visione politica del mondo, forma un sodalizio che, in contrasto con le poetiche del tempo, predilige l’uso della pittura.

Religiosità tormentata

Negli anni settanta, però, le cose cambiano: Baratella, che, in un primo momento, pensava di pervenire alla soluzione dei conflitti sociali tramite l’azione politica, arriva alla conclusione pessimistica che l’umanità è dominata dai moti insensati di nascita e di distruzione confusi in un insieme inestricabile e senza via d’uscita. Comincia ad utilizzare l’aerografo, strumento che gli permette di sfumare le figure e di creare grandi assemblaggi di persone e oggetti, in una sorta di parossistica orgia visiva. I temi sono perlopiù legati al sesso e alla morte, presenze incombenti che si manifestano in tutta la loro terribilità. Nelle sue opere confluiscono perciò gli opposti, la nostalgia per la classicità con le immagini provenienti dai fronti di guerra, palazzi antichi immersi nell’immondizia, il sangue mischiato con lo sperma; persino la sessualità è ambigua: l’autore stesso si ritrae in una posizione oscena in un provocatorio abbigliamento femminile. Vi è in lui un atteggiamento ben noto dell’estetica romantica, la contemplazione del terribile, del sublime, la fascinazione per la forza sovrastante della natura, che non è più la serena regolatrice dello scorrere delle stagioni, ma una forza insensata in grado di annichilire l’uomo in qualsiasi momento. Anche l’arte non può che assoggettarsi alle regole divoratrici del mercato, come nel “Vorrei e non vorrei”, indiretto e critico omaggio a Renato Guttuso. E la colonna tortile del Bernini si erge come simbolo di un potere che, sfruttando la religiosità popolare, non può fare a meno di affermarsi come entità autonoma e mostruosa. Persino la musica celestiale di Bach si deve alla prosternazione dell’autore al potere del principe. Poi, Baratella, seguendo una certa lettura di Nietzsche e del Marcuse dell’”Uomo a una dimensione”, cerca una risposta alla malattia mortale del potere, nella condanna del principio di razionalità considerato come strumento repressivo. È quindi nel recupero della grecità presocratica, nell’unione dei principi apollineo e dionisiaco che lui trova una possibile soluzione. Ricorrente è, infine, il rapporto conflittuale con la fede proposta dalla chiesa, entità da lui vista come usurpatrice di un indebito potere temporale: da una parte riconosce nel messaggio cristiano una fonte iconografica insostituibile, dall’altra ammette la sua incredulità per il Cristo risorto: nella sua visione del mondo non c’è posto per la redenzione, ma semmai per un giudizio finale, annunciato dai quattro cavalieri dell’Apocalisse, in cui il tutto verrà travolto da un impeto sterminatore.